Professioni sanitarie: non spetta il rimborso della tassa di iscrizione al nuovo Ordine

Affari de vecttori diseñado por Freepik

A cura di
AVV. MAURO PUTIGNANO
Studio Legale Astolfi e Associati, Milano

PROFESSIONI SANITARIE: NON SPETTA IL RIMBORSO DELLA TASSA DI ISCRIZIONE AL NUOVO ORDINE

Con il definitivo avvio delle iscrizioni ai nuovi ordini istituiti dalla Legge n. 3/2018 è tornato a circolare, anche se in verità un po’ sotto traccia, il quesito sulla rimborsabilità o meno, per i professionisti sanitari con rapporto di lavoro subordinato, della tassa annuale di iscrizione all’Albo.

La questione era venuta prepotentemente alla ribalta alcuni anni fa, sulla scia della sentenza della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione n. 7776/2015, che aveva riconosciuto la spettanza di tale rimborso – con oneri a carico del datore di lavoro – in favore di un Avvocato dipendente di un Ente Pubblico (nella fattispecie, l’INPS).

Il pronunciamento della Corte muoveva da un parere del Consiglio di Stato, reso il 15 marzo 2011 nell’affare n. 678/2010, nel quale si affermava che “quando sussista il vincolo di esclusività, l’iscrizione all’Albo è funzionale allo svolgimento di un’attività professionale svolta nell’ambito di una prestazione di lavoro dipendente”, ragion per cui la relativa tassa rientra tra i costi per lo svolgimento di detta attività, che dovrebbero, in via normale, al di fuori dei casi in cui è permesso svolgere altre attività lavorative, gravare sull’Ente che beneficia in via esclusiva dei risultati della stessa. Dunque, se l’iscrizione all’albo è presupposto indefettibile per l’esercizio della professione e se sussiste il vincolo di esclusività (per cui l’ente pubblico è l’unico beneficiario della prestazione resa dal professionista), allora l’onere economico di pagare la relativa tassa deve gravare sul datore di lavoro. E se il relativo costo è stato anticipato dal dipendente, esso deve essere rimborsato dall’Ente di appartenenza.

Il principio di diritto affermato dalla Cassazione aveva spinto molti professionisti (medici, infermieri, assistenti sociali, ecc.), assunti con contratto di lavoro dipendente da Enti pubblici, ad agire in giudizio per vedersi riconosciuto il diritto al rimborso, facendo leva sul duplice requisito della obbligatorietà dell’appartenenza all’ordine o albo di categoria e del vincolo di esclusività della prestazione lavorativa.
L’esito del contenzioso è stato però sfavorevole.

La giurisprudenza, sia di primo che di secondo grado, ha infatti rimarcato le differenze di status che sussistono tra gli Avvocati dipendenti di un Ente Pubblico e gli altri professionisti e che escludono la possibilità di estendere il principio di diritto affermato dalla sentenza n. 7776/2015 della Cassazione ad altre categorie professionali.

In particolare, il Tribunale di Torino (Sez. Lavoro, sentenza 3 ottobre 2016), richiamando un precedente della Corte di Appello torinese (sentenza n. 364/2015), ha evidenziato come il presupposto fondamentale per il diritto al rimborso non è costituito soltanto dal carattere esclusivo del rapporto di pubblico impiego, ma anche dalla inderogabilità del divieto di svolgere l’attività libero-professionale in favore di terzi. L’art. 23 della legge n. 247/2012 consente ad un Avvocato dipendente unicamente di trattare “in via esclusiva e stabile degli affari legali dell’ente”, previa iscrizione nell’Elenco Speciale annesso all’Albo professionale. Analogo vincolo invece non è configurabile per l’infermiere (e per qualsiasi altro professionista sanitario), il quale può esercitare attività libero-professionale sia pure entro i limiti ordinariamente ammessi dalla legge (insussistenza di conflitto di interesse; autorizzazione ex art. 53 d.lgs. 165/2001 in caso di rapporto part time superiore al 50%).

Dunque, ciò che rileva, ai fini del diritto al rimborso della tassa di iscrizione all’Ordine, non è la circostanza che il professionista “di fatto” non svolga alcuna attività libero-professionale, ma la circostanza che – in ragione della posizione lavorativa ricoperta – egli non possa nemmeno potenzialmente espletarla.

In linea con l’orientamento suddetto si pone anche il Tribunale di Milano (Sezione Lavoro, Sentenza n. 1161/2016), secondo il quale per gli Avvocati dipendenti da enti pubblici l’iscrizione all’apposito Elenco Speciale non può che seguire l’instaurazione del rapporto di pubblico impiego; ciò a differenza dell’infermiere professionale, per il quale l’iscrizione all’albo costituisce una semplice condizione necessaria per l’esercizio professionale (anche alle dipendenze di soggetti privati), che preesiste o può preesistere all’instaurazione del rapporto di lavoro.

Altra pronuncia del Tribunale di Milano (Sezione lavoro, sentenza 21.11.2016) pone in luce un altro aspetto peculiare, secondo cui “l’elemento fondante la sentenza n. 7776 del 2015 è la sussistenza, tra l’ente pubblico e l’avvocato dipendente dallo stesso, di un rapporto di mandato per la gestione delle cause e degli altri affari legali, cosicché, in applicazione dell’art. 1719 c.c., la pubblica amministrazione, quale mandante, risulta tenuta a farsi carico dei mezzi per l’esecuzione del mandato, ivi compresa l’iscrizione all’albo”. Tale iscrizione – sottolinea il Giudice – avviene in un Elenco speciale distinto rispetto a quello dei patrocinatori privati.

Per gli infermieri, dunque, non solo non esiste un divieto assoluto di attività libero-professionale, ma non è riscontrabile nemmeno un rapporto di mandato, cosicché non è invocabile la disciplina dell’art. 1719 c.c.

In definitiva, per gli Avvocati dipendenti di Ente Pubblico, è l’esistenza dell’Elenco speciale, e del più rigoroso regime di incompatibilità ed esso collegato, a giustificare la rimborsabilità della tassa di iscrizione all’albo. Ma si tratta di una condizione che non è presente per gli altri professionisti dipendenti pubblici (come i professionisti sanitari), i quali teoricamente, se pure nel rispetto delle norme concernenti la esclusività del rapporto di pubblico impiego, godono di specifiche disposizioni normative che consentono una (più o meno contenuta) attività libero-professionale.

Il quadro normativo vigente, che non ha portato significativi elementi di novità rispetto alla situazione preesistente, e lo spessore delle argomentazioni addotte dai giudici di merito non lasciano presagire un mutamento dell’indirizzo giurisprudenziale sopra illustrato.

Per quanto riguarda, infine, il settore sanitario privato, l’obbligo per il datore di lavoro di rimborsare la tassa di iscrizione all’albo di categoria del professionista dipendente potrebbe trovare fondamento solo in una fonte normativa (di legge o di contratto collettivo) che lo sancisca in maniera generalizzata. Ma anche di tale disposizione non è rinvenibile – al momento – alcuna traccia.

Be the first to comment

Leave a Reply