Il fisioterapista del rugby

YARNO CELEGHIN
Fisioterapista

Il rugby è uno sport di combattimento, ricco di valori, fisicamente molto provante e, a mio parere, bellissimo.

Volendo inquadrare il “rugbista” si può dire che è senza dubbio un atleta, un atleta che non vorrebbe uscire mai dal campo, un atleta che sa che non sarà mai al 100% dal punto di vista fisico ma che dà sempre il 110% per esserci; infine, ma non da ultimo, è un gran lavoratore.

Lavorare con i rugbisti è solitamente molto stimolante e gratificante, a patto che si condivida la loro filosofia che è quella di ottenere il massimo risultato possibile nel minor tempo possibile.

Queste caratteristiche sono generalmente valide per ogni livello di questo sport: sia un giocatore di serie C (la più bassa di livello) sia un professionista hanno quasi sempre i medesimi obiettivi anche se con possibilità e disponibilità differenti. Senza dubbio poi ci sono moltissimi altri fattori che si inseriscono e interferiscono e dei quali si potrebbe parlare per ore (per citarne uno, “il peso” di certi contratti professionistici…), ma trascuriamo questi aspetti per il momento, facciamo finta non esistano… che poi è quello che si prova davvero quando si lavora spalla a spalla con un rugbista che vuole recuperare da un infortunio.

CHI È IL FISIOTERAPISTA NEL RUGBY

Partiamo da un concetto base: il fisioterapista del rugby dev’essere un fisioterapista. Mi piace pensare che questo ruolo sia esclusivo della nostra professione; esistono figure professionali che possono certamente interagire, con capacità e compiti differenti, ma non sostituire il fisioterapista che per percorso di studi e competenze riveste un ruolo primario insieme al medico. Non a caso, tutte le nazioni rugbisticamente più evolute della nostra (ahi noi sono molte!) gestiscono in questa maniera gli staff medici di squadre nazionali, di club, professionistiche e non.

Il fisioterapista del rugby deve conoscere il gioco e condividerne la filosofia: questo aspetto è molto importante dato che questo sport presenta moltissime differenze fra i ruoli, da cui derivano necessità diverse, programmi differenti… il tutto sempre in stile rugby, cioè senza teatri, senza fronzoli. Deve avere buone competenze professionali, entrando un po’ sul tecnico, deve sapersi muovere molto bene in terapia manuale, bendaggio funzionale, terapia strumentale e riattivazione motoria. Questo è tanto vero quanto più il livello del rugby cresce, sebbene anche per il rugby base il livello minimo richiesto rispetto ad altri sport è senza dubbio più alto. Inoltre è importante citare anche le capacità relazionali, visto che molto spesso gli staff sono formati da molte figure che debbono, ovviamente, collaborare in un clima costruttivo, equilibrato; a parole sembra molto semplice, sul campo un po’ meno; non va nemmeno dimenticato che la rosa di una squadra di rugby è di minimo 25-30 giocatori. Infine credo che una caratteristica imprescindibile sia di “amare le sfide”: se manca questo ingrediente meglio scegliere uno sport differente.

ESPERIENZA PERSONALE

Sono stato giocatore, ma ho smesso giovane perché volevo dedicarmi pienamente allo studio. Una volta laureato sono stato assoldato dalla mia Rugby Rovigo come fisioterapista; avevo solo 26 anni, era il mio sogno professionale che si avverava e mi fu affidata subito la prima squadra perché il collega che rivestiva quel ruolo cambiò lavoro. Fu in parte una follia, ma anche una grande sfida. Sostenuto da una grande voglia, dal piacere di crescere nel mio club e grazie al prezioso aiuto del Dott. Piva (allora medico sociale del Rovigo), anno dopo anno riuscii a crescere e, in un rugby in fase di evoluzione nazionale, maturai competenze che vennero premiate da una collaborazione con la Federazione Italiana Rugby. Dal 2004 cominciai a seguire le Nazionali Juniores, per poi approdare nella Nazionale Emergenti (allora denominata “A”). Nel 2005 veni chiamato in Nazionale Maggiore dove lavorai ininterrottamente per 9 anni, partecipando a 7 edizioni del “6 Nazioni”, 2 Coppe del Mondo, più di 70 Test Match internazionali. Successivamente ho seguito la Nazionale Under 20 per un biennio, sospendendo la mia collaborazione con FIR lo scorso giugno per motivi extra-professionali. A tutto questo vanno aggiunte più di 300 partite con il mio Rovigo, di cui sono tuttora il fisioterapista e, finalmente, campione d’Italia!

La mia storia professionale come “fisioterapista del rugby” si è potuta sviluppare perché ho avuto la fortuna di nascere e crescere in una città di rugby; senza quella partenza non sarei mai riuscito a maturare, a specializzarmi e a realizzare il mio sogno che era proprio lavorare per la Nazionale. Questa verità comporta anche un mio personale rammarico: credo che molti giovani colleghi in Italia ambirebbero a una crescita lavorativa in questo sport, ma solo per la “colpa” di non avere squadre che gravitano nella realtà cittadina o regionale spesso devono cambiare target.

L’istituzione di corsi o addirittura Master sulla formazione del fisioterapista del rugby sarebbero auspicabili; anche qui, come in altri ambiti, basterebbe guardare un po’ quello che fanno “i più bravi” in giro per il mondo… Non è da escludere un impegno di AIFERS in questa direzione.

Spero di essere riuscito a trasferirvi un po’ della mia infinita passione per questo sport, a cui devo gratificazioni ed emozioni che auguro a ognuno di voi.

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