I nuovi albi delle professioni sanitarie e la disciplina transitoria

Avv. Mauro Putignano (Studio Legale Astolfi e Associati, Milano)

La Legge n. 3/18 e il D.M. attuativo 13 marzo 2018 hanno segnato una svolta storica nell’attività professionale di un consistente numero di operatori sanitari, che ha visto finalmente raggiunto un risultato inseguito da anni e “sfiorato” con mano con la legge 43/2006: la costituzione del proprio Albo ufficiale. E, a ben vedere, l’importanza della nuova legge trascende gli interessi dei soli professionisti sanitari, poiché essa segna un innalzamento del livello generale di tutela del diritto alla salute degli assistiti già per il solo fatto di rendere immediatamente individuabili, in un coacervo di operatori di varia denominazione e qualificazione che affolla determinati settori, i soggetti che sono per legge certamente abilitati e titolati a svolgere i compiti e le funzioni di quel dato profilo professionale.
È perciò comprensibile l’entusiasmo generalizzato che ha suscitato l’avvio della fase di attuazione della legge Lorenzin; ed è certamente positivo l’impegno profuso dagli stessi professionisti nel processo di implementazione dei nuovi Albi.
Ciò non di meno, alcuni rilevanti aspetti di diritto transitorio sono stati sottovalutati. Ad esempio, nella legge manca l’individuazione di un termine univoco entro il quale la disciplina degli albi dovrà operare a regime. A sua volta, il D.M. 13 marzo 2018 si è concentrato su tematiche di carattere organizzativo, ma non ha dettato una disciplina di base e uniforme del procedimento di “prima iscrizione”. L’unica previsione di rilievo è quella del fattivo coinvolgimento delle Associazioni Maggiormente Rappresentative (art. 5), i cui rappresentanti per 18 mesi daranno supporto tecnico-amministrativo nella valutazione dei titoli pregressi, formulando proposta di iscrizione.
Certo, il silenzio serbato dal decreto lascia un maggiore spazio all’autonomia regolamentare dell’Ordine, che si è infatti speso moltissimo nel progettare un modello procedurale innovativo, basato su una piattaforma telematica che dovrà essere attiva dal 1 luglio 2018, ma che non è ancora formalizzata in alcuna norma regolamentare.
Con riserva di ulteriori approfondimenti sul punto, è possibile oggi evidenziare che l’indicazione di un “termine iniziale” di presentazione delle domande di iscrizione non appare sufficiente per saldare il passaggio dal vecchio al nuovo ordina-mento. È infatti necessario indicare anche un termine finale, decorso inutilmente il quale i titolari di diritti acquisiti non potranno più continuare ad esercitare la professione senza la necessaria iscrizione.
Le questioni che pone la disciplina transitoria non sono confinate ad aspetti di carattere meramente organizzativo, ma finiscono per incidere inevitabilmente sullo status giuridico dei professionisti coinvolti. Oggi, alla luce dell’art. 4 della legge Lorenzin, vale pienamente il principio che “per l’esercizio di ciascuna delle professioni sanitarie, in qualunque forma giuridica svolto, è necessaria l’iscrizione al rispettivo albo”. E ai sensi dell’art. 1 del D.M. 13 marzo 2018 gli albi delle professioni sanitarie sono ormai formalmente istituiti, ma … sono vuoti, fatta eccezione per quelli che provengono dalla trasformazione di albi/collegi preesistenti. Non pare verosimile che lo spirito della riforma sia quello di legittimare i professionisti pregressi a esercitare ad nutum e liberamente senza iscrizione all’albo.
In linea con tali principi, dunque, è l‘iscrizione all’albo che consente l’esercizio della professione protetta. Lo “status” professionale non si acquista con il possesso dei requisiti necessari per l’iscrizione, né con la domanda, ma solo e soltanto con l’effettuazione dell’iscrizione stessa che, in tal senso, è costitutiva della nuova situazione giuridica. Tant’è che l’esercizio professionale senza iscrizione concreta inevitabilmente una fattispecie di abusivismo.
Ora, non si intende qui sostenere che dall’entrata in vigore del D.M. 13 marzo 2018, o dalla data del 1 luglio 2018 (di attivazione della piattaforma informatica di presentazione della domanda di iscrizione), un fisioterapista che esercitava la professione già prima della legge Lorenzin non possa più legittimamente esercitarla, in mancanza di iscrizione all’albo.
È intuitivo che un adempimento siffatto non può essere “istantaneo”, e che è fisiologico prevedere una fase transitoria che permetta di proseguire l’esercizio professionale nelle more di formalizzazione dell’iscrizione. Ma è altrettanto vero che tale situazione di potenziale ambiguità non può durare a tempo indefinito, perché altrimenti andrebbe a incidere sul principio di certezza del diritto. Si pensi, ad esempio, a quanto dispone l’art. 2231 c.c.: “quando l’esercizio di un’attività professionale è condizionato all’iscrizione in un albo o elenco, la prestazione eseguita da chi non è iscritto non gli dà azione per il pagamento della retribuzione”. Se i professionisti ante legge Lorenzin fossero liberi di decidere arbitrariamente se e quando iscriversi all’Albo, l’applicazione della norma verrebbe fortemente depotenziata, con il rischio di creare ulteriore contenzioso.
Il Ministero della salute ha in qualche modo intuito il pericolo, perché ha emanato una circolare alle regioni, precisando che “nel periodo transitorio” le strutture sanitarie dovranno provvedere all’ammissione con riserva “delle persone abilitate all’esercizio di una delle sopra citate 17 professioni sanitarie, qualora risultassero ancora non in possesso della certificazione attestante l’iscrizione all’albo professionale quale requisito indispensabile ai fini dell’assunzione o della partecipazione ai concorsi pubblici. Tale requisito dovrà essere richiesto dalle strutture e, pertanto, esibito dall’interessato al termine del perfezionamento della relativa iscrizione all’albo”.
La circolare sembra peraltro identificare la data del periodo transitorio con quella (settembre 2019) “di scadenza del mandato dei rappresentanti di ciascuna professione sanitaria, designati, per ogni regione, dalle Associazioni maggiormente rappresentative”, ai sensi dell’art. 5 del D.M. 13 marzo 2018. Scelta di per sé anche condivisibile, ma che dovrebbe essere formalizzata in un atto di fonte regolamentare, da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale, per conferire pubblicità legale sull’intero territorio nazionale.

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