È possibile formulare una diagnosi funzionale della corsa? (nov-dic 2015)

DAVIDE NAPPO

Fisioterapista esperto in Biomeccanica. Specializzato in Disfunzioni del sistema di movimento e Terapia manuale
Docente di Condizionamento muscolare, CdL Fisioterapia, Università Bicocca di Milano – www.erunning.it

La corsa come regolare esercizio cardiovascolare ha molti noti benefici fisici e psicologici, tra cui il controllo del peso, la diminuzione dell’ipertensione e della glicemia nel diabete di tipo 2, spesso accompagnati da un miglioramento nello stato dell’umore [1, 2]. La presenza di questi effetti positivi, insieme alla sua apparente semplicità, ha determinato negli ultimi anni un notevole aumento del numero di praticanti, specialmente nelle specialità di endurance. Riferendoci solamente ai dati delle competizioni ufficiali, risulta che il numero di Italiani che ha corso una maratona sotto le 3 ore nel 2014 è rimasto quasi lo stesso di 10 anni fa, mentre quello di coloro che l’hanno portata a termine in più di 4 ore è quasi raddoppiato (fonte: rivista “Correre”).

Tuttavia la pratica della corsa non è esente da rischi. Il pregiudizio comune secondo il quale la corsa è un’attività naturale e che quindi ognuno di noi può correre in modo spontaneo senza un adeguato training o senza una specifica preparazione fa sì che, secondo studi condotti su differenti popolazioni di soggetti, dal 20 all’80% dei runners che praticano la corsa di resistenza a diversi livelli si infortuna almeno una volta l’anno e, a causa di ciò, è costretta a sospendere l’attività fisica per un certo periodo [4].

In realtà ogni persona corre con un pattern di movimento che percepisce come spontaneo, ma ciò non significa che il suo gesto sia ottimale e corretto. Spesso alcuni deficit di forza o di elasticità di alcuni gruppi muscolari, così come alcune variazioni strutturali, vengono sottovalutati; all’aumentare del volume d’allenamento lo schema di movimento che un determinato soggetto utilizza per correre viene costantemente rinforzato e, se questo è scorretto, non si fa altro che consolidare un fattore di rischio che nel tempo può determinare microtraumi, i quali poi degenerano in macrotraumi e problematiche da sovraccarico [11].

Nonostante, al momento, in letteratura non vi siano forti evidenze che la causa degli infortuni risieda unicamente in una meccanica del gesto scorretta, ma molto probabilmente anche in variabili strettamente legate ai volumi e alle intensità d’allenamento [3], esistono studi che hanno messo in relazione variabili del pattern di movimento della corsa con una determinata lesione tissutale: tra questi, in un lavoro abbastanza recente è stato possibile verificare la presenza di correlazione tra un’aumentata rotazione interna e adduzione dell’anca con la manifestazione dei sintomi della sindrome della bandelletta ileotibiale in un gruppo di runners donne [5]. In altri studi, invece, è stata verificata una differenza nel carico funzionale di ginocchio e caviglia in soggetti con “stili” di corsa e d’appoggio differenti [6, 7].

VALUTAZIONE DEL RUNNER

Quando un soggetto infortunato che pratica la corsa come attività agonistica o ricreativa si presenta al fisioterapista, conoscere la cinematica della corsa e le sue variazioni in base alla velocità, ma anche come l’attività dei muscoli cambia in rapporto a specifici pattern di movimento, può aiutare a individuare la causa e non solo la fonte dei sintomi. Accanto alla specifica valutazione sviluppata secondo il bagaglio di conoscenze personali di ogni professionista, saper valutare come il paziente corre ed esegue alcuni gesti funzionali fondamentali, oltre a identificare fattori contribuenti come il carico d’allenamento e l’utilizzo di calzature idonee, può essere decisivo nella formulazione della diagnosi funzionale.

I fisioterapisti dovrebbero essere in grado di valutare le alterazioni degli schemi di movimento dei loro pazienti infortunati per incorporare nei loro piani di trattamento interventi specifici che possano aiutare a ridurre il grado di sollecitazione su un tessuto. Impostare un programma di retraining muscolare specifico in base alla disfunzione riscontrata sembrerebbe essere efficace nel modificare automaticamente alcune variabili cinematiche della corsa [9, 12].

A rinforzare l’idea che pattern di movimento, stabilità del gesto ed efficienza siano legate tra loro, esistono evidenze in letteratura sullo studio della pedalata nel ciclismo, il cui movimento è sicuramente più facile da studiare accuratamente rispetto a quello della corsa: maggior cocontrazione, minor precisione del movimento, maggior variabilità nei pattern di movimento che aumentano all’aumentare della cadenza sono state riscontrate in ciclisti amatoriali e triatleti, ma non in ciclisti professionisti. Inoltre i ciclisti d’élite mostrano meno movimenti sui piani orizzontale e verticale, maggior ampiezza del movimento della caviglia e maggior coordinazione tra anca, ginocchio e caviglia rispetto a corridori amatoriali [20].

RIABILITAZIONE DEL RUNNER

Nonostante alcune evidenze con notevole ricaduta clinica per il fisioterapista, ad oggi metodi efficaci e pratici di valutazione funzionale della corsa da impiegare in un contesto clinico sono ancora poco conosciuti e utilizzati: il problema principale che si riscontra nella valutazione del gesto della corsa è dato dal fatto che i parametri meccanici sono difficili da individuare in un contesto clinico, in quanto la corsa è un gesto complesso che avviene in tempi molto rapidi. Da non sottovalutare inoltre il fatto che, a differenza di altri sport, quali la pallavolo o il basket in cui sono richieste determinate doti fisiche (per esempio l’altezza), la corsa è accessibile ad atleti con caratteristiche antropometriche e motorie molto dissimili tra loro. Molti degli studi sulla biomeccanica della corsa presenti in letteratura [13-16] si concentrano soprattutto su parametri quali ampiezza del passo, angoli articolari, attività elettromiografica dei muscoli e tempi di contatto al suolo in relazione a differenti pattern d’appoggio.

Dal punto di vista riabilitativo sarebbe importante, invece, riuscire a costruire un esame sistematico per verificare la correttezza di alcune variabili del pattern della corsa per capire quali schemi motori vengono utilizzati da un determinato soggetto, per realizzare e gestire:

  • i meccanismi d’avanzamento;
  • l’ammortizzazione degli impatti.

Per esempio, il fatto che la tibia si trovi in posizione verticale nello spazio al momento del contatto con il terreno è un requisito per ottimizzare ammortizzamento e strategie di avanzamento in quella fase del ciclo di corsa. Allo stesso modo una rigidità eccessiva dei flessori dell’anca può limitare l’estensione richiesta per completare la fase d’avanzamento del baricentro sulla base d’appoggio al termine dello stance.

Da ultimo è importante segnalare che la maggior parte degli studi si concentra sull’analisi dei movimenti del piede e sull’influenza delle calzature nel modificare i pattern motori e l’attività dei muscoli, ma non bisogna dimenticare che la maggior parte della massa corporea è costituita dal tronco e un deficit del controllo dinamico della parte superiore del corpo può indurre a distanza carichi anomali e torsionali sulla catena cinetica dell’arto inferiore, costituendo un fattore di rischio per lo sviluppo, per esempio, di tendinopatie [19].

Roger A. Mann et al. hanno verificato che gli addominali giocano un ruolo chiave nei cambiamenti di velocità: negli sprinter risultano attivi per più del 60% del ciclo della corsa [10]. Questo risultato deve metter il focus sull’idea che anche un maggior controllo delle rotazioni del bacino e del tronco è fondamentale per gestire l’aumento delle forze agenti su di essi indotte dal moto degli arti inferiori, all’aumentare della velocità.

Tutto questo bagaglio d’informazioni dovrebbe essere strutturato all’interno del ragionamento clinico dei professionisti della riabilitazione e del condizionamento fisico per valutare accuratamente la corsa di ogni soggetto, perché solo attraverso il riconoscimento di specifici deficit o impairment motori in relazione alla richiesta funzionale individuale è possibile suggerire strategie di miglioramento o esercizi specifici per la soluzione di uno specifico problema. Il secondo passo sarà poi valutare quali strategie o feedback sono più efficaci per quel determinato corridore e lo aiutano ad effettuare la correzione richiesta durante la corsa, senza creare ulteriori compensi negativi in altri distretti e fasi del ciclo del passo. A tal proposito è fondamentale che i feedback forniti per la correzione della corsa abbiano il più possibile un focus “esterno”, perché questa modalità è maggiormente associata a correzioni stabili e facili da automatizzare nel tempo [18]. Se quindi il suggerimento di mantenere l’asse del femore allineato sul piede è sicuramente di difficile attuazione durante la corsa, si può sperare di modificare in maniera più efficace lo schema del passo di un soggetto suggerendogli di modificare la propria cadenza, perché correre con un maggior numero di passi per minuto può essere associato a una differente attività dei muscoli abduttori che controlleranno così in modo migliore il movimento di adduzione/rotazione interna dell’anca [17].

BIBLIOGRAFIA

  1. Yeung RR, Hemsley DR. Effects of personality and acute exercise on mood states. Pers Individ Dif. 1996.
  2. Schnohr P, Marott JL, Lange P, Jensen GB. Longevity in male and female joggers: the Copenhagen City Heart Study. Am J Epidemiol. 2013.
  3. Mueller MJ, Maluf KS. Tissue adaptation to physical stress: a proposed “Physical Stress Theory” to guide physical therapist practice, education, and research. Physical Therapy 2002.
  4. Van Gent RN, Siem D, van Middelkoop M et al. Incidence and determinants of lower extremity running injuries in long distance runners: a systematic review. Br J Sports Med. 2007.
  5. R. Ferber, B. Noehren, J. Hamill, I. Davis. Competitive female runners with a history of iliotibial band syndrome demonstrate atypical hip and knee kinematics. Journal of orthopaedic & sports physical therapy 2010.
  6. Almeida MO, Davis IS, Lopes AD. Biomechanical differences of foot-strike patterns during running: a systematic review with meta-analysis. Journal of orthopaedic & sports physical therapy 2015.
  7. Arendse RE, Noakes TD, Azevedo LB et al. Reduced eccentric loading of the knee with the pose running method. Med. Sci. Sports Exerc. 2004.
  8. Perry J, Burnfield JM. Gait analysis: normal and pathological function. 2nd Ed. Thorofare 2010.
  9. Snyder KR, Earl JE, O’Connor KM, Ebersole KT. Resistance training is accompanied by increases in hip strength and changes in lower extremity biomechanics during running. Clinical Biomechanics 2009.
  10. Mann RA, Moran GT. Comparative electromyography of the lower extremity in jogging, running and sprinting. International Symposium on Biomechanics in Sports 1988.
  11. Sahrmann S. Valutazione e trattamento delle sindromi da disfunzione del movimento. Torino: UTET; 2005.
  12. Delecluse C. Influence of strength training on sprint. Sports Medicine 1997.
  13. Schache AG, Blanch PD, Dorn TW et al. Effect of running speed on lower limb joint kinetics. Med. Sci. Sports Exerc. 2011.
  14. Wank V, Frick U, Schmidtbleicher D. Kinematics and electromyography of lower limb muscles in overground and treadmill running. International Journal of Sports Medicine 1998.
  15. Schache AG, Blanch PD, Rath DA et al. A comparison of overground and treadmill running for measuring the three-dimensional kinematics of the lumbo-pelvic-hip complex. Clinical Biomechanics 2001.
  16. Yong JR, Silder A, Delp SL, Differences in muscle activity between natural forefoot and rearfoot strikers during running. Journal of Biomechanics 2014;47:3593-7.
  17. Jocelyn F. Hafer, Allison M. Brown, Polly Demille, Howard J. Hillstrom & Carol Ewing Garber, The effect of a cadence retraining protocol on running biomechanics and efficiency: a pilot study. Journal of Sports Sciences, 2015
  18. Agresta C, Brown A. Gait retraining for injured and healthy runners using augmented feedback: a systematic literature review. Journal of orthopaedic & sports physical therapy 2015.
  19. Kountouris A, Cook J. Rehabilitation of Achilles and patellar tendinopathies. Best Practice & Research Clinical Rheumatology 2007.
  20. Chapman A, Vicenzino B, Blanch P, Hodges P. Do differences in muscle recruitment between novice and elite cyclists reflect different movement patterns or less skilled muscle recruitment? Journal of Science and Medicine in Sport 2009.

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