Intervista a: Nello Sebastiano Genovese

VicePresidente AIFERS

 

Come nasce la sua passione per la fisioterapia sportiva?

Ho giocato a calcio a discreti livelli, nel settore giovanile di una squadra professionistica dove era presente un massaggiatore. Mi incuriosì molto quel tipo di lavoro, lo reputai interessante e pieno di prospettive. In seguito, durante il corso universitario e frequentando i tirocini negli ospedali, notai che la fisioterapia sportiva non veniva presa in considerazione nei piani di studio se non in minima parte, anche perché nei primi anni ‘80 era ancora agli albori; esistevano (e purtroppo esistono tutt’oggi) figure con titoli ibridi o addirittura illegali. Mentre prendeva già piede la medicina sportiva, la fisioterapia era rimasta al classico massaggio e al tradizionale impacco con pomatina eseguito da infermieri che si improvvisavano fisioterapisti . La cosa curiosa era che la maggior parte dei compagni di università manifestavano il desiderio di lavorare nello sport.

Ha sempre fatto il fisioterapista sportivo oppure anche in altri ambiti?

Ho praticamente lavorato in tutti i settori della fisioterapia ( tranne oncologia) e per 15 anni in campo ortopedico.

Aspetti positivi/negativi di questa professione.

Se si lavora nell’ambito neurologico assistenziale trovo che sia necessaria una grandissima preparazione e soprattutto “predisposizione”; i colleghi che lavorano su patologie tipo SLA, SM, Parkinson, postumi di coma, hanno tutta la mia ammirazione e stima. Io ho lavorato con i mielolesi ed è un lavoro con un carico psicologico importante, non è da tutti.

La nostra professione in Italia è un disastro; se pensiamo che è il lavoro con più abusivi ci rendiamo conto della gravità della cosa, non abbiamo alcuna tutela, nessun organo di controllo, ognuno fa quello che gli pare, è una situazione scandalosa soprattutto nell’abito sportivo, dove basta un diplomino di massaggiatore capo bagnino (ed a volte anche senza diploma) per lavorare in un team di serie A.

In Italia nello sport si lavora (parlo del calcio soprattutto) con tecniche che hanno pochi o nessun riscontro scientifico, si praticano trattamenti “secondo moda”. Faccio un esempio: il kinesiotaping. In una partita di calcio si notano tanti giocatori che hanno i cerotti colorati, che vengono messi su richiesta dell’atleta, senza che il terapista si chieda “Ma servono?”, “A che cosa servono”, “Tengono la durata di 90 minuti di partita?”. Il fisioterapista nel calcio italiano è succube del volere dell’atleta (ovviamente senza generalizzare). L’atleta vuole fare la tecar e tu gliela devi fare senza discussione, altrimenti si reca da un altro collega (già lo fanno sempre); in più ci si mettono i procuratori a gestire la salute del loro assistito .Emblematico il caso del centravanti dell’Atletico Madrid Diego Costa che prima della finale di Champions League riportò una lesione muscolare di 2° grado al quadricipite (prognosi normale dai 45 ai 60 giorni. Il giocatore, accompagnato dallo staff medico, si recò in Serbia da una massaggiatrice che gli fece una diatermia con una pomata a base di placenta di cavallo e gli disse che con 2 sedute sarebbe guarito.

Conclusione: giocò 5 minuti della finale e fu sostituito. Nella Fisioterapia Sportiva Italiana di scientificità ne esiste ben poca, siamo rimasti fermi ancora a 30 anni fa, massaggio-bendaggi-scarico defaticante, senza chiedersi se fa bene o male ma – ripeto –spesso la colpa non è nostra; nei primi anni 2000 andava di moda in Italia settentrionale tra i calciatori farsi massaggiare da un contadino bresciano che faceva massaggi intensissimi al limite della rottura capillare (che spesso succedeva): era un semplice uomo di campagna senza alcun titolo scolastico!

Questo ci fa capire che, in fondo, allo stato attuale lavorare nello sport non necessita di grandi conoscenze.Se non diamo una svolta scientifica alla nostra professione rimarremo sempre quelli che fanno i massaggi.

Fortunatamente abbiamo colleghi che lavorano sodo sotto l’aspetto scientifico, e mi riferisco a Samuele Passigli e al suo gruppo Fisiobrain.

Loro si occupano di ricerca, di scoprire il perché si fanno alcune terapie, se servono a qualche cosa oppure sono acqua fresca.

Il fisioterapista sportivo del futuro dovrà essere più dinamico e meno statico davanti al lettino, la rieducazione funzionale dovrà essere il nostro futuro. I laureati in Scienze Motorie tolgono lavoro a noi? Non diamogliene più: facciamo noi il lavoro rieducativo funzionale e muscolare.

Qual è il periodo che ricorda con maggior piacere?

Gli anni con Carlo Ancellotti (ex allenatore Milan) sono stati i migliori: ho conosciuto grandi campioni che avevano uno stile di vita, un’educazione che non è facile trovare. Paolo Maldini entrava nell’Ambulatorio di Fisioterapia e chiedeva se per piacere gli facevamo un massaggio, così come Billy Costacurta o Ronaldo (il fenomeno); finito il trattamento spesso toglievano loro la carta dal lettino e ringraziavano sempre.

Le è capitato di trovarsi in contrasto con le esigenze della squadra?

Come ho già detto spesso è capitato, ma bisogna sempre fare buon viso a cattivo gioco.

Se qualcuno le chiedesse oggi “Cosa vuoi fare da grande?” cosa risponderebbe?

Lo so che qualcuno si metterà a ridere, ma ho adorato il servizio militare avrei voluto fare l’ufficiale nel corpo dei Granatieri.

Con i colleghi Dr Zimaglia e Dr Patuzzo, lei ha fondato AIFERS. Cosa si propone?

Informazione corretta, nuove strategie didattiche, creare un fisioterapista sportivo completo, che riesca ad essere protagonista dal primo soccorso in campo al rientro dell’atleta nella competizione.

Ritiene importante che un fisioterapista che vuole dedicarsi alla riabilitazione sportiva diventi socio AIFERS? Quali vantaggi potrà ottenere?

Essere costantemente informato, pragmatico e aggiornato scientificamente: tre basi per un lavoro migliore.

Lei terrà un corso a ottobre su “Le basi del lavoro del Fisioterapista dello Sport”: sarà basato solo sulla teoria o anche sulla pratica? Quali altre iniziative didattiche sono previste?

Il corso è formulato in modo che il collega apprenda i concetti base teorici, ma soprattutto pratici, del lavoro nello sport.Stiamo lavorando per creare una seconda sessione di lavoro che preveda l’aspetto scientifico e di ricerca degli argomenti trattati. Così come il libro che sto scrivendo.

Dia un consiglio al giovane fisioterapista che vuole entrare nel mondo dello sport.

Mettersi sempre in discussione, crederci, non mollare ed essere sempre modesti, non farsi fregare con corsi supercostosi tenuti da colleghi con Curriculum Vitae ridicoli. Imparate da chi ha esperienza, perché solo chi ha preso schiaffi in faccia può insegnarvi cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Il Dr. Nello Sebastiano Genovese ha pubblicato su Riabilitazione Oggi: 
Breve guida per fisioterapisti per entrare nel mondo dello sport (Riabilitazione Oggi 1/2017) 

I fondamenti del lavoro del fisioterapista nel calcio – prima parte (Riabilitazione Oggi 2/2017): in questo numero a pag. …. la seconda parte.

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