Idrokinesiterapia

L’ANIK (Associazione Nazionale Idrokinesiterapisti) è un’associazione (culturale) che si è posta l’ambizioso obiettivo di portare un contributo nella diffusione della riabilitazione in acqua attraverso una concreta attività di ricerca e di approfondimento di tipo didattico-formativo e di pratica professionale.

In questo contesto rientra appunto il lavoro svolto finora dall’ANIK che, con una consolidata esperienza, ha messo a punto una specifica e peculiare modalità riabilitativa in acqua detta “Metodo A.S.P. (Approccio Sequenziale e Propedeutico)”.

Il campo di interesse professionale dell’associazione spazia in tre direzioni:

  • un’attività di consulenza rivolta a tutte quelle aziende e istituti che, pur essendo già strutturati e indirizzati su obiettivi ben precisi, intendono ampliare e specializzare il loro campo di attività;
  • un’attività didattica rivolta a coloro che, per la loro prossimità professionale, sono già impegnati nel campo sanitario e vogliono ampliare e riqualificare le loro conoscenze in questa materia;
  • un’attività di pratica professionale svolta da fisioterapisti qualificati per coloro che, loro malgrado, sono alla ricerca di un servizio efficace e rispondente alle esigenze riabilitative.

Partendo dalla premessa che, nell’ambito delle professioni sanitarie, legalmente solo i fisioterapisti e i terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva rappresentano le figure professionali preposte alla pratica della riabilitazione in acqua, abbiamo voluto creare degli standard (regole) minimi di conoscenza e comportamento in cui il fisioterapista che pratica l’idrokinesiterapia possa e debba rispecchiarsi per dare professionalità e sicurezza nel lavoro, maggiori garanzie al paziente e infine più enfasi all’idrokinesiterapia come tecnica di supporto per eccellenza alle varie metodiche riabilitative nell’ambito di una globalità di approccio al paziente.

IDROKINESITERAPIA

Grazie ai progressi della Medicina, le prospettive di vita di una persona che abbia subito un trauma o un qualsivoglia insulto invalidante sono migliorate, ma è pure vero che il numero di persone diversamente abili – perché politraumatizzate o vittime di problemi vascolari, alla nascita o dopo (lesioni traumatiche vertebromidollari, esiti di paralisi cerebrali infantili, ictus, traumi cranici, ecc.) è sempre altissimo.

Questo fatto ci ha portato a considerare che, nei confronti delle principali patologie più invalidanti, bisognasse prospettare degli interventi riabilitativi più globali come l’idrokinesiterapia.

Questa disciplina ha in sé una grande valenza riabilitativa, sia nel campo strettamente fisioterapico che in quello sociale e ricreativo. L’acqua rappresenta infatti un mezzo ideale, se si considera la presenza di una parziale assenza di gravità, per poter far svolgere a una persona diversamente abile dei movimenti e degli esercizi terapeutici che sarebbero impossibili, o comunque difficili, da eseguire fuori.

L’idrokinesiterapia offre la possibilità di un recupero di “schemi e immagini” di movimento che, pur parzialmente evocabili dopo il trauma o la malattia, non essendo stati più esercitati sono stati “persi”, dimenticati. Ad esempio, le persone con esiti gravi di paralisi cerebrali infantili, diparesi spastica non deambulante, tetraparesi spastica, distonia, atassia, eccetera, non avendo mai avuto una “immagine”, un vissuto motorio corretto, avranno dalla pratica dell’idrokinesiterapia diversi stimoli e finalità in funzione del loro stato clinico.

Nei danni motori dopo una lesione al SNC, in particolare nelle lesioni midollari, avremo spesso correlata una serie di limitazioni funzionali causate da un’atrofia da “non uso”.

L’idrokinesiterapia rappresenta per un fisioterapista o un terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva un valido strumento terapeutico.

Inizia da questo numero la collaborazione con ANIK, che gentilmente pubblicherà su Riabilitazione Oggi le metodiche più recenti nel campo della idrokinesiterapia, convalidate dalla letteratura scientifica e soprattutto provate “sul campo”.

Il Metodo A.S.P. (Approccio Sequenziale e Propedeutico)

Le consuete tecniche riabilitative svolte a terra non possono essere eseguite anche in acqua, in quanto il sistema osteo-articolare, muscolo-tendineo e neurologico si comportano in acqua in modo diverso rispetto a quando il paziente si trova a secco. È stato necessario, quindi, improntare una tecnica nuova che tenesse conto principalmente delle proprietà fisiche dell’acqua e della situazione morfofunzionale del soggetto. È importante, per pianificare il lavoro in acqua, la valutazione funzionale del paziente a terra al fine di individuare l’area d’intervento tenendo conto che l’obiettivo dell’idrokinesiterapia (IKT o riabilitazione in acqua) è la riconquista dell›ambiente gravitario con una diversa condizione di funzionalità, postura, rilassamento e benessere. L’Approccio Sequenziale Propedeutico è un metodo di lavoro eseguito in acqua i cui principi emergono già dalla sua definizione: per Approccio si intendono tutte le procedure messe in atto per l’ambientamento, la valutazione e l’acquaticità del paziente in relazione alla patologia trattata, mentre Sequenziale e Propedeutico sono le caratteristiche del lavoro svolto; è un approccio, una modalità di valutazione e trattamento del paziente in acqua che viene sottoposto ad esercizi Sequenziali, cioè di difficoltà crescente, in modo tale che ogni esercizio successivo venga proposto solo una volta acquisito il precedente, procedendo dal più semplice a quello più complesso, e Propedeutico perché propone sequenze di esercizi che inizialmente permettono l’ambientamento, la confidenza e l’adattamento del paziente in acqua e successivamente, aumentando la difficoltà degli esercizi proposti, permette il miglioramento delle performance fino all’acquisizione della totale autonomia in acqua.

Il trattamento necessita di una valutazione iniziale del paziente, eseguita sia a secco che in acqua, con l’obiettivo di individuare eventuali disarmonie del corpo, deviazioni rispetto alla linea mediana e posture inadeguate sui tre piani (frontale, sagittale e trasversale). L’utilizzo di ausili per la valutazione in acqua permette di analizzare l’assetto spontaneo del paziente nelle tre diverse posizioni (supino, prono e seduto) e i rispettivi passaggi posturali, evidenziando maggiormente le disarmonie corporee poiché la spinta idrostatica le amplifica:

  • per la valutazione della posizione supina viene inserita una ciambella sotto al bacino che, oltre ad offrire una base di appoggio per il galleggiamento, amplifica gli squilibri del tronco;
  • in posizione verticale, invece, facendo affondare due ciambelle con gli arti superiori si evidenziano gli squilibri del tronco e i deficit dei 4 arti;
  • da prono, infine, la ciambella permette di raccogliere gli arti inferiori in flessione ed evidenziare il comportamento di tronco e spalla. Sulla base dei dati raccolti dalla valutazione si procederà con l’impostazione del trattamento e degli obiettivi ponderati in base a po- tenzialità e deficit del paziente. Il metodo A.S.P. mette in relazione le proprietà fisiche dell’acqua con i principi neuromotori della rie- ducazione e neurofisiologici delle patologie con lo scopo di facilitare i processi di apprendimento di nuove capacità del paziente in un ambiente microgravitario per poi trasferirle a terra.

Questa metodica offre la possibilità di lavorare sul reclutamento di fibre muscolari sfruttando il principio di Archimede, con una proposta di rinforzo cranio-caudale e prossimo-distale mediante contrazioni concentriche ed eccentriche e l’utilizzo di ausili; permette di eseguire un lavoro propriocettivo, grazie all’aiuto della spinta idrostatica, variando i carichi, e sull’equilibrio sfruttando gli elementi destabilizzanti dell’acqua. Ovviamente il tutto deve avere un riscontro a terra, altrimenti i miglioramenti risulterebbero vani.

La sequenzialità di questo approccio è consentito dalla possibilità di aumentare o diminuire le difficoltà degli esercizi variando alcuni parametri.

  • Uso degli ausili: sono elementi galleggianti che, secondo l’utilizzo che se ne fa, possono agire dando sostegno, resistenza o risultare un ostacolo, stabilizzando o destabilizzando l’equilibrio. Possono essere a volume variabile o non.
  • Volume degli ausili: la variazione di volume è relazionata all’obiettivo che ci si propone. Nel caso di una ciambella, risulterà facilitante se sgonfiata e più destabilizzante se gonfiata poiché porterà all’aumento della spinta idrostatica.
  • Livello dell’acqua: più è alto il livello, maggiore è la difficoltà.
  • Superficie: una superficie più ampia aumenta la stabilità; riducendola, la posizione diventerà più instabile.
  • Volume polmonare: il volume respiratorio dell’uomo è incomprimibile, con l’inspirazione il corpo del paziente emergerà, con l’espirazione si immergerà, caratteristica sfruttabile negli esercizi quando si sarà acquistata una migliore acquaticità.
  • Velocità di esecuzione del movimento: un movimento più lento è più controllato, facile da interiorizzare e apprendere ma più difficile da controllare, uno più veloce richiede uno sforzo maggiore poiché aumenta la resistenza idrodinamica e la turbolenza dell’acqua ma necessità di un minor controllo.
  • Peso: può variare il rapporto di galleggiamento tra le parti immerse e non.
  • Presenza di punti fissi: sostengono il paziente, sono utili soprattutto all’inizio del trattamento per far acquisire sicurezza nell’ambiente e man mano vanno diminuiti ed eliminati.

 

Fig. 1 – Recupero funzionale per esiti di intervento chirurgico alla spalla.

 

Fig. 2 – Sequenza di lavoro in acqua per la rimessa in carico progressiva ed indiretta nella traumatologia ortopedica degli arti inferiori.

Variando questi parametri quindi si può eseguire un percorso riabilitativo di difficoltà sempre crescente. Fondamentale però è soffermarsi sull’ambientamento che è considerato parte integrante del trattamento, grazie al quale i risultati saranno sicuramente migliori con il paziente sicuro e in confidenza con l’ambiente in cui si trova. Il tutto poi ha un risvolto anche sociale, poiché il percorso riabilitativo ha lo scopo di rendere autonomo il paziente nell’ambiente acqua, autonomia che potrà essere sfruttata, poi, anche fuori dal contesto riabilitativo.

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